Intervista a Luisa Terminiello

Luisa Terminiello: “Vedevo molte cose non sapevo come fermarle”

Che studi hai fatto?

Ho cominciato a lavorare in adolescenza, dopo il diploma e un anno sabbatico per scegliere strada e luogo. Mi trasferisco a Napoli e mi iscrivo all’Accademia di Belle Arti che non frequenterò trovando che fosse un percorso a rallentare in proporzione all’accrescere. Ho continuato a fare con la fotografia quella che era la documentazione del mio tempo, dalla terra in cui ero nata in cui giaceva il mito, alla periferia dove comincio a fotografare gli estranei, il teatro quotidiano, la famiglia. Ho esposto al Museo Archeologico di Napoli come prima e unica personale a 22 anni. All’estero e in Italia, inserita all’interno di un mercato dell’arte nel tempo e in uno spontaneo disinteresse per il meccanismo già prescritto, ho radicato la scelta di un esporre raro e di vendita privata, e di giocare ogni dispositivo, che sia scrittura video o performazione, di cui la fotografia diventa la testimonianza, in allineamento a quello che è il continuo fare singolare e non pubblico.

Quali giochi preferivi nell’infanzia e da ragazza?

Quelli senza giocattoli, all’aperto, dappertutto.

Quali sono le esperienze personali che credi abbiano definito la tua personalità?

La crescita in un luogo selvatico.

Sono cresciuta in uno spazio aperto, selvatico e lì dove addomesticato dall’uomo, maldestro, in una evidente superiorità della natura sono stata svezzata e educata, questo entra dappertutto. Il moto naturale mi ha messo al mondo con una misura che mi restituisce chiaramente quale debba essere la responsabilità di un fare singolare, oggi.

Quali libri leggevi da ragazza e quali oggi? Il libro o una canzone che ha cambiato la tua vita?

Quelli con le figure, che mi sembrano ancora i più complessi da fare.

Quali sono per te i film che dovrebbe vedere un fotografo?

È una domanda da fare ad un fotografo.

Pensi che nella tua ricerca visiva ci sia

Il mio tempo, in questo tempo siamo in tanti, questo tempo dice di tanti.

Come ti sei avvicinata alla fotografia?

Vedevo molte cose, non sapevo come fermarle

Cos’è per te la bellezza?

Non lo so dire, so di riconoscerla, e quando la incontro, non lo so dire con le parole.

Nel tuo Pantheon immaginario di artisti o fotografi eccellenti, chi c’è? Perché?

In vero non seguo molto la fotografia di questo tempo, percepisco che ci siano tendenze,  e una bulimia, un continuo dimenticare. Anche io dimentico, così come quando si parla di arte contemporanea, mai come adesso trovo che un artista per essere tale debba essere politico del suo tempo, e non una politica di seggio, ma del quotidiano.

Molto di quello che ammiro forse è in chi scrive, nel potere della parola, chi scrive parole inconsumabili, che mai come ora servono, prima di continuare a dimenticare.